Io, viva grazie al cuore di Marta Russo

 

 

Da 20 anni Domenica Virzì ha nel petto il cuore di Marta Russo, uccisa all’università La Sapienza di Roma. Un dono che le ha permesso di avere un futuro, come accade ogni anno a quasi 4.000 italiani

Pochi giorni prima di Natale Domenica Virzì ha appena subìto un intervento all’anca. Dovrà fare riabilitazione e, anche se a casa «è sempre un giorno di festa», non vuole togliere l’atmosfera della Vigilia alla sua grande famiglia: 4 figli, di cui il primo avuto a soli 17 anni, e 5 nipoti che la prossima primavera diventeranno 6. Dietro al sorriso sincero di questa signora siciliana di Catenanuova (Enna), 59 anni, si fa fatica a immaginare una vita carica di sofferenza, e un destino che ha legato per sempre il suo nome a quello di Marta Russo, una ragazza che viveva spensierata la sua giovinezza, finita poi al centro di un drammatico caso di cronaca italiano.

Mamma contro il parere dei medici

«Ho avuto un infarto durante l’intervento: sono stata in coma 5 giorni». Racconta Domenica: «Avevo 7 anni quando il mio cuore è stato colpito da un batterio che ha provocato una valvulopatia mitralica. È un disturbo che può compromettere il funzionamento di tutto l’organo. La malattia non mi ha impedito di sposarmi a 16 anni e mezzo e di diventare mamma di Giuseppe a 17: quando ho scoperto la gravidanza un medico mi consigliò di abortire, visti i problemi di cuore. Ma non lo ascoltai»

Il primo intervento al cuore

Dopo il primo figlio Domenica lavora dentro e fuori casa, cercando di non far pesare a nessuno la fatica e il fiato corto. Ma la spossatezza è troppa: deve operarsi, vuole essere in forze per allargare ulteriormente la famiglia. Così viene ricoverata per il primo intervento chirurgico al cuore: la sostituzione della valvola mitrale. «Tutto è andato per il meglio e negli anni successivi ho realizzato il mio sogno: sono diventata mamma di altri 3 figli, Maria Carmela, Rino e Mirko. Durante le gravidanze stavo sempre bene».

Il coma dopo il secondo intervento

Il momento cruciale bussa però alla porta a 31 anni, durante una seconda operazione: «Qualcosa è andato storto e ho avuto un infarto mentre ero sotto i ferri, il cuore ha subìto un danno gravissimo. Sono rimasta in coma per 5 giorni». Con 4 figli piccoli da crescere, un marito camionista spesso lontano per lavoro, i controlli medici che non vanno bene, Domenica si trova davanti a un bivio: «Solo un trapianto poteva salvarmi, ma non volevo mettermi in lista d’attesa per remore personali. Volevo donare i miei organi, non riceverne uno: mi faceva star male il pensiero che una persona morisse mentre io continuavo a vivere. Così mi ero preparata alla fine». «All’inizio ho detto: “Date quell’organo a un altro”».

La decisione di mettersi in lista per il trapianto

Passano 3 anni prima della decisione di mettersi in lista. E come succede a chi vive in attesa di un trapianto, ogni giorno può essere quello della rinascita «oppure l’ultimo. La notte non riuscivo a dormire, l’affanno mi toglieva il respiro e non potevo stare sdraiata; di giorno facevo finta di niente, anche se si vedevano sul mio viso i segni della sofferenza. Mia figlia, allora 16enne, viveva momenti di crisi: piangeva, temeva che me ne sarei andata da un momento all’altro. Il piccolo di casa, Mirko, a 9 anni si preparava la colazione da solo». La telefonata che non dimenticherà mai arriva il 13 maggio del 1997: c’è un cuore compatibile. «La mia prima reazione è stata di panico, ho detto: “Datelo a un altro”. Poi ho accettato, soprattutto per la mia famiglia. Mentre mi portavano a Catania per l’intervento ero convinta di non farcela: avevo il 50% di probabilità di sopravvivenza. Mio marito seguiva l’ambulanza alla guida del suo camion: durante il tragitto, sentì alla radio la notizia della tragica morte di Marta Russo, uccisa all’università di Roma da un proiettile vagante, e della decisione dei genitori di donarne gli organi. Ancora non sapeva che il suo cuore avrebbe continuato a vivere con noi».

Marta Russo è stata la donatrice

Vista l’eco mediatica del caso, e anche se la legge tutela la privacy di donatore e ricevente, Domenica al risveglio viene a sapere chi le ha donato quell’organo così forte che la fa subito sentire «come un leone. Tanto che chiesi al chirurgo se potevo tornare presto a casa». Rimane ancora un mese in ospedale, ma il peggio è ormai alle spalle.

«L’Italia è ai primi posti in Europa per trapianti di cuore». A 50 anni di distanza dal primo trapianto di cuore eseguito al mondo, il 3 dicembre 1967, sono molti i malati come Domenica che hanno ricevuto la possibilità di una nuova vita. Secondo Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti, l’andamento delle donazioni di organi nel nostro Paese è più che positivo: «Nel 2016 i donatori sono stati 1.596, contro i 1.489 dell’anno precedente. Un importante incremento, anche se le opposizioni alla donazione si attestano stabili intorno al 30%. È cresciuto anche il numero dei pazienti trapiantati, circa 4.000».

La campagna per diventare donatori di organi

L’Italia può vantare di essere ai primi posti, in Europa, per numero di trapianti di cuore. In tutta la Ue nel 2016 sono stati 2.254, 267 solo da noi. Un numero che aumenta, grazie anche alla campagna www.diamoilmegliodinoi.it che invita a diventare donatori di organi e tessuti in vita, senza far pesare la scelta sulla propria famiglia. Lo si può fare esprimendo la propria volontà con una dichiarazione alla Asl, al Comune, all’Aido, con il tesserino Blu inviato dal ministero della Salute o solo scrivendolo su un foglio bianco firmato. «Non c’è giorno che non ringrazi o pensi a Marta». Oggi Domenica si divide tra il lavoro alla Asl, la famiglia, la parrocchia: quando può, porta in giro la sua testimonianza di trapiantata. «Non c’è minuto che non ringrazi o pensi a Marta. Mi ha dato forza sapere che era forte e battagliera come me. E nelle mie crisi mi metto a discutere con lei, il mio angelo custode. Mi aiuta a non abbattermi mai».


Tiziana Russo stava per compiere 25 anni quando sua sorella, di 3 anni più giovane e studentessa in Giurisprudenza, fu colpita all’università La Sapienza di Roma da un proiettile vagante. Era il 9 maggio 1997, il 13 la morte; i genitori decisero di donare gli organi «perché lei avrebbe voluto così». Venti anni dopo, in Marta Russo, mia sorella (Log edizioni) Tiziana ha voluto ricordare «la parte più intima di Marta, cancellata dall’eco del processo. Aveva tanti sogni, voleva fare l’avvocato, era generosa. I suoi organi hanno salvato molte persone. La onlus a lei intitolata (www.martarusso. org) sensibilizza gli studenti sulla donazione».

 

Fonti: http://www.donnamoderna.com

 

 

 

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