Trapianti: Torino città da record, e in Italia si diventa donatori facendo la carta d’identità

 

Trapianti: Torino città da record, e in Italia si diventa donatori facendo la carta d’identità'

Torino è la città dell’auto, del cioccolato e di molte altre eccellenze note a tutti. Ma pochi sanno che è anche la città italiana in cui si eseguono più trapianti d’organo. Un dato soddisfacente, come lo è la situazione italiana in generale, eppure le liste d’attesa sono ancora lunghe e troppi pazienti non riescono ad arrivare al trapianto.  

L’Associazione Educazione, Prevenzione e Salute, ha portato nelle scuole superiori con la campagna «Il dono che vale la pena». I ragazzi si sono dimostrati interessati e sensibili alla tematica, tanto da realizzare due video. Poi si è pensato di rendere più capillare l’informazione arrivando anche ai meno giovani.  

 

Quali organi e tessuti si possono donare? Il professor Luigi Biancone ai Martedì Salute

 

«L’offerta di organi è di gran lunga inferiore alla richiesta – afferma il professor Antonio Amoroso, coordinatore dei centri trapianti, specialista in Genetica Medica all’Università di Torino presso la Città della Salute e della Scienza –. Sono circa 3-4 volte di più i pazienti che attendono il trapianto rispetto agli organi che si rendono disponibili. Le opposizioni alla donazione in Italia raggiungono circa il 30 per cento. Se riuscissimo a erodere questa diffidenza e la posizione contraria alla donazione potremmo quindi salvare il 30 per cento in più dei pazienti. Tuttavia, l’Italia si colloca bene nel contesto europeo rispetto agli organi provenienti da soggetti deceduti. Ma se consideriamo tutti i trapianti, la posizione scende a metà classifica: solo il 5-8 per cento dei trapianti di rene vengono eseguiti da donatore vivente (che si traduce in una garanzia di maggior successo soprattutto sul lungo periodo), mentre in altre nazioni si arriva al 20-30 per cento». 

Link Videointervista Professor Luigi Biancone

 

A cinquant’anni dal primo trapianto di cuore, «i trapianti di cuore e polmone - sottolinea il professor Massimo Boffini, specialista in Cardiochirurgia all’Università di Torino presso la Città della Salute - hanno dato una svolta nella gestione dell’insufficienza cardiaca e respiratoria terminale, e su questo fronte l’impattodella tecnologia ha dato un importante contributo».  

“Donate gli organi”: una campagna per la vita nelle scuole superiori

 

Eppure il tema non è così ostico come sembra, perché la donazione implica valori positivi come la solidarietà, l’altruismo, la generosità. Secondo i medici è necessario informare in modo adeguato la popolazione e invitarla a prendere una posizione decisa. In questo senso è importantissima l’iniziativa italiana che prevede l’attivazione, da parte delle anagrafe dei Comuni, della raccolta della volontà o meno della donazione organi al momento del rinnovo dei documenti d’identità. Con l’avvio di questo progetto, in poco più di un anno, sono state raccolte oltre 500mila dichiarazioni di volontà da parte dei cittadini.  

 

Link Videointervista professor Antonio Amoroso

Cinquant’anni dal primo trapianto di cuore: ecco le prospettive della medicina

 

«Il Trapianto è l’unico campo della medicina in cui l’uomo non s’inventa il farmaco – spiega il professor Luigi Biancone, specialista in Nefrologia all’Università di Torino presso la Città della Salute e della Scienza - Ci vuole l’uomo che aiuta l’altro uomo. Chiunque può trovarsi nella posizione di cambiare la salute di un’altra persona con la donazione, anche da vivente. All’estero ci sono molti più soggetti che decidono di fare del bene al mondo donando un rene a sconosciuti (come in Inghilterra, nel Nord Europa, negli Stati Uniti). Se non c’è una cultura alla donazione non ci sono i trapianti. Con i traguardi raggiunti dalla medicina, oggi nel mondo abbiamo atleti professionisti e persone che hanno potuto riprendere bene l’attività lavorativa, viaggiare, avere figli, grazie al trapianto di rene. Tecnologicamente siamo allineati agli altri stati, anzi il Piemonte ha un’organizzazione per il trapianto renale di follow up che è ad altissimi livelli in Europa e nel mondo, anche nel lungo termine, anche dopo 20-30 anni dall’intervento». 

Link Videointervista Professor Massimo Boffini

 

 

(Fonte: : La Stampa Torino.it)

 

 

 

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