Trapiantare gli organi in una persona affetta da demenza' - Il contributo di Marco Trabucchi

 

Il fatto di non aver messo un punto interrogativo alla fine del titolo di questo pezzo dichiara già la posizione di chi scrive rispetto alla problematica. Mi trovo in compagnia di 30 membri del Congresso degli Stati Uniti che il 12 ottobre 2016 hanno chiesto la stesura di linee guida contro “la discriminazione sul trapianto di organi alle persone affette da disabilità”.
Il problema è, in sintesi, il seguente: “Alcune persone meritano più di altre di ricevere un organo trapiantato?”. L'uguaglianza di tutti i cittadini - a prescindere dalle condizioni di salute come deve avvenire per il colore della pelle, lo status socio-economico, le capacità culturali - è una regola della democrazia dalla quale non si può transigere in alcun modo, alle volte anche superando perplessità apparentemente giustificate. Quindi nessuno merita più di altri, se non sulla base di scelte libere e razionali di chi alloca gli organi da trapiantare. Perché, se si inizia a pesare il valore della vita in base a condizioni acquisite con la nascita o nel corso della vita stessa, si apre un contenzioso che non ha fine, con il rischio che le liste d'attesa per i trapianti diventino aree di litigio continuo tra persone che ritengono di valere di più di altre, per cui il guadagno di vita ottenuto, ad esempio, attraverso un trapianto di rene, avrebbe un peso maggiore in un individuo rispetto ad un altro.

Ma qual è il parametro per valutare questo peso? L'autopercezione del benessere acquisito? La capacità di essere utile alla collettività? Quindi riaffermare l'uguaglianza è una posizione indiscutibile sul piano pratico; ma lo è anche sul piano teorico, perché la dignità umana supera i limiti contingenti. La dignità è intrinseca e deve essere rispettata sempre, nelle piccole e nelle grandi cose della vita comunitaria; la scelta quindi di effettuare un trapianto è indice che il cittadino affetto da un'alterazione cognitiva vale come ogni altro componente della comunità. L'esempio dei trapianti è evidentemente estremo, ma indica l'esigenza di riaffermare senza incertezze la pari dignità di fronte a qualsiasi intervento, costoso o meno, in ambito sanitario.

Ovviamente queste affermazioni forti devono tener conto di alcune realtà, quale la capacità dell'individuo di rispettare le regole nel post operatorio (l'assunzione regolare, ad esempio, di farmaci immunosoppressivi o l'aderenza a specifici regimi di vita). Si deve però considerare in questo ambito valutativo tutto il setting nel quale la persona vive, perché alcune funzioni possono essere vicariate da famigliari o da personale di assistenza. Se questo non è operante, il trapianto diventa un'operazione inutile. Un altro aspetto particolarmente delicato, che vale in particolare nelle persone anziane, riguarda la speranza di vita. Se il trapianto fa guadagnare teoricamente un tempo di vita più lungo di quello indotto dalle condizioni generali di salute, a prescindere dallo specifico motivo che ha portato al trapianto, allora l'intervento diventa assolutamente inappropriato e si provoca un danno grave alla persona che avrebbe potuto giovarsi dell'organo. In alcuni casi invece l'organo trapiantato induce indubbi vantaggi sulla durata della vita; è il caso soprattutto di giovani, la cui sopravvivenza dipende dall'organo trapiantato. In questi l'aderenza alle terapie è garantita dai genitori.

Queste indicazioni alla fine devono essere analizzate senza preconcetti da chi governa le liste d'attesa per i trapianti, perché deve essere in grado di valutare la ricaduta clinica del trapianto, anche in assenza o a fronte di disponibilità solo parziale di dati. Quindi, ancora una volta prevale la scelta dell'equipe curante, libera da pregiudizi (ad esempio l'ageismo), ma, allo stesso tempo, in grado di valutare l'insieme dei bisogni delle persone in attesa di trapianto per quel determinato organo. E' un peso rilevante che ricade su chi prende decisioni, senza pregiudizi né sul piano dell'astensione né su quello di interventi inutili e costosi per la comunità.

Ancora una volta si deve concludere che in circostanze drammatiche per la vita di un cittadino la vicinanza di operatori colti, forti e saggi rappresenta la migliore difesa delle persone fragili. Le decisioni devono infatti fondarsi su alcune regole precise, ma alla fine deve prevalere la capacità di capire l'altro nelle sue complesse dimensioni vitali.

 

 

(Fonte: : http://www.fondazioneleonardo.it)

 

 

 

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