IL DONO DI NICHOLAS GREEN

 

"Ogni giorno penso a Nicholas cento volte e ancora con le lacrime agli occhi, ma da 21 anni le mie lacrime non sono soltanto di dolore, ma anche di gioia per quei sette italiani a cui il mio Nicholas ha donato i suoi organi". Le parole di Reginald Green sono dolci e solenni mentre inumidiscono gli occhi dei medici, dei chirurghi, degli infermieri, dei pazienti e di tutto il pubblico che ha partecipato ieri pomeriggio all'incontro "Donazione e trapianti, energia per la vita" presso l'Ospedale Niguarda di Milano. Un titolo che, in armonia con quello del vicino Expo, evoca un altro grande nutrimento, del corpo e dell'anima.

Quella tragica morte sulla Salerno-Reggio Calabria, quando l'automobile dei Green diretti in Sicilia nel terzo viaggio in Italia del piccolo Nicholas (7 anni appena compiuti), venne scambiata per quella di un gioielliere e assalita dai rapinatori che cominciarono a sparare all'impazzata. "Quando gli chiedevo che cosa avrebbe voluto diventare da grande, ricorda il papà, Nicholas mi rispondeva che voleva fare tutti i mestieri del mondo: era innamorato della vita e l'Italia gli dava felicità". Sono sette le persone italiane che hanno continuato a vivere grazie agli organi di quell'angelo venuto dagli Stati Uniti. E in fondo Nicholas tutti i mestieri del mondo, come desiderava, li sta svolgendo attraverso quelle vite che ha salvato.

Le parole di Reginald, che con la moglie Margareth ha dato vita a una fondazione (www.nicholasgreen.org), si alternano alle immagini di un toccante documentario in cui la gioia di un'intera famiglia si spezza all'improvviso. "Due giorni dopo quegli spari mortali, dice il signor Green, i medici del Policlinico di Messina ci dissero che non c'era più niente da fare. È stato in quel momento che abbiamo capito quanto diventava importante che la scelta che stavamo per compiere fosse stata presa prima, insieme a mia moglie, in un normale momento di serenità familiare. Fu Maggie, in quel momento di disperazione, a ricordarmi di quella promessa. Perché lì, davanti a un figlio perso per sempre, certe decisioni è difficile prenderle se non le hai già maturate prima. Quel giorno, vedendolo per l'ultima volta sul lettino dell'ospedale, avrei voluto donare anche le sue lentiggini".

Quattro adolescenti e un adulto ritrovarono la vita con Nicholas, altri due pazienti riacquistarono la vista grazie al trapianto delle cornee. L'effetto Nicholas rappresentò allora una vera e propria svolta culturale in un'Italia ancora poco sensibile al tema della donazione di organi. "Il trapianto è una questione che riguarda tutti noi, spiega Maria Frigerio, Direttore del Dipartimento Cardiotoracovascolare del Niguarda, promotore dell'incontro insieme a Luciano De Carlis, Direttore del Transplant Center dell'ospedale. È una questione di pensiero e di solidarietà". "Nicholas, conclude il signor Green, cambiò la cultura della donazione. Per noi genitori è stata la migliore azione nata nel momento più difficile della nostra vita".

(fonte: Avvenire.it)

 

 

 

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