IL MOMENTO DELLA RICHIESTA DI CONSENSO ALLA DONAZIONE: LA REALTÀ IN DIECI STATI EUROPEI

 

 

Un sondaggio condotto in dieci stati membri della Comunità Europea esplora eventuali cambiamenti occorsi nella prassi di richiesta di consenso alla donazione d'organi dopo la morte cerebrale (DBD) o dopo quella cardiaca (DCD). Ossia, quando i membri della famiglia sono invitati a prendere in considerazione la donazione di organi? Lo studio è stato voluto dal gruppo di lavoro (uno dei sette gruppi di discussione all'interno della piattaforma europea) che si occupa di aspetti etici, giuridici e psicosociali del trapianto di organi (ELPAT). L'ELPAT agisce come Commissione consultiva ufficiale della Società Europea dei trapianto d'Organo (ESOT) e mira a integrare e strutturare questo settore della scienza riunendo professionisti di varie discipline di oltre 25 paesi europei.

Il Gruppo ha focalizzato la sua attenzione sulla tempistica della richiesta di consenso (o di non opposizione) soprattutto in funzione dell'introduzione della donazione a cuore fermo interrogandosi su come questa può aver impattato sulla prassi consolidata secondo cui la richiesta di donazione viene posta dopo la conferma di diagnosi di morte con criteri neurologici. Attraverso un questionario è stato chiesto ai partecipanti di rispondere ad alcuni quesiti su come vengono diagnosticate la morte cerebrale e quella cardiaca, sul sistema legale per la richiesta di consenso, sull'esistenza di eventuali specifici protocolli nazionali o locali, sul momento in cui viene proposta la donazione per l'acquisizione formale del consenso.

I dati raccolti suggeriscono che la pratica di scindere in due diversi momenti la notizia della morte dalla richiesta di consenso al prelievo nei casi di DBD sta diventando sempre più "flessibile", sino ad arrivare alla comunicazione della possibilità di donazione prima ancora della conferma della morte. Dall'inizio degli anni Ottanta, con il crescente interesse sul possibile prelievo di organi da soggetti a cuore fermo, per i quali la diagnosi di morte si avvale di criteri diversi dalla morte con criteri neurologici, si è via via assistito a un cambiamento nelle modalità e nei tempi della richiesta di consenso ai familiari del potenziale donatore.

Durante questa evoluzione Garrison e colleghi hanno introdotto un nuovo dibattito sulla tempistica della richiesta di consenso (Garrison RN, et al.: There is an answer to the shortage of organ donors. Journal Surg Gynecol Obstet, 1991). Essi riferiscono che la richiesta di donazione ha prodotto tassi di consenso superiori quando è stata formulata contestualmente alla comunicazione della morte e prima della certificazione legale. Una revisione sistematica svolta da Simpkins nel 2009 ha indicato che la tempistica della richiesta di donazione di organi e tessuti è uno dei principali fattori modificabili associati al consenso o al rifiuto della donazione da parte dei parenti (Simpkin AL, et al Modifiable factors influencing relatives' decision to offer organ donation: systematic review. BMJ, 2009).
Il risultato di questi lavori empirici non solo ha fortemente messo in discussione e modificato il momento della richiesta di consenso per i soggetti in DCD evidenziando la futilità dei trattamenti nei casi di opposizione, ma in alcune realtà ha mutato anche la prassi per i donatori in morte cerebrale in cui la richiesta di consenso avveniva solitamente dopo la conferma della morte con criteri neurologici.

La prova più robusta di questo cambiamento viene fornita dallo studio di Groot (Groot YJ, et al. Remarkable changes in the choice of timing to discuss organ donation with the relatives of a patient: a study in 228 organ donations in 20 years. Critical Care, 2011) che ha completato una review retrospettiva di tutti i casi di donatori in morte cerebrale avvenuti nei Paesi Bassi tra il 1987 e il 2009 allo scopo di determinare se la tempistica della richiesta di donazione si è modificata nel tempo. I risultati indicano che, prima del 2009, nell'87% dei casi esaminati l'approccio con i familiari avveniva dopo la conferma della morte cerebrale tramite EEG e test di apnea, mentre, dopo il 2009, questo approccio era utilizzato solo nel 18% dei casi.

Discutere della donazione prima ancora della certificazione formale di morte è quindi diventata una prassi sempre più comune nei Paesi Bassi mentre, in Spagna, con la carenza di posti letto in ICU, anche i soggetti in morte cerebrale non sono più ammessi alle unità di terapia intensiva. I colloqui con i membri della famiglia avvengono, quindi, in Pronto Soccorso dove si determinano i passaggi successivi. Solo i pazienti considerati idonei alla donazione di organi, quando i familiari sono d'accordo, vengono spostati in terapia intensiva per essere sottoposti alla certificazione di morte e mantenuti fino al momento del prelievo (Andrés A, et al. Lower rate of family refusal for organ donation in non-heart-beating versus brain-dead donors. Transplant Proc, 2009).

Gli autori concludono che, il momento della richiesta di consenso non dovrebbe essere scisso dal contesto dell'evento traumatico ma dovrebbe far parte del processo di cura e incorporato nel percorso delle iniziative di "fine vita", invece di essere visto solo come un modo per raggiungere la donazione. Considerare la donazione come una parte del percorso diagnostico-curativo di fine vita, significherebbe far diventare il momento della richiesta una parte usuale di esso, facilitando la realizzazione delle volontà per quanto riguarda l'utilizzo post-mortem degli organi.

 

(fonte: www.trapianti.net)