I CHIRURGHI DEI TRAPIANTI SOFFRONO DI BURNOUT

 

 

Nonostante salvino migliaia di vite ogni anno, quasi la metà dei chirurghi di trapianto riferisce un basso senso di realizzazione personale e il 40% di essi si sente emotivamente esausto. è quanto riporta uno studio nazionale sull'incidenza della sindrome da burnout nel mondo della chirurgia dei trapianti. L' argomento è stato presentato e discusso in occasione del congresso mondiale della Transplantation Society a San Francisco durante il quale si è confermato quanto già evidenziato in precedenti indagini svolte nel 2008 e nel 2010, ossia una forte associazione tra burnout e diminuzione della qualità della vita di chi ne è colpito.

Lo studio ha coinvolto 218 chirurghi di trapianto, l'87% maschi, di età compresa tra i 31 e 79 anni. I ricercatori hanno evidenziato che il 46,5% manifestava un basso livello di realizzazione personale e il 40% si definiva "emotivamente esausto". Il trial è stato condotto dallo psicologo Michelle Jesse, in collaborazione con Marwan Abouljoud, direttore del centro trapianti dell'Henry Ford hospital di Detroit.
"La sindrome da burnout è comune in medicina, soprattutto nelle specialità ad alta pressione come il trapianto", afferma Abouljoud. "Per tale motivo le strutture che svolgono attività a maggior rischio di burnout dovrebbero sviluppare sistemi per prevenirla".

La sindrome da burnout è caratterizzata da elevato esaurimento emotivo, frequente depersonalizzazione e bassi livelli di realizzazione personale ed è l' esito patologico di un processo stressogeno che colpisce le persone che esercitano professioni d'aiuto quando non rispondono in maniera adeguata ai carichi eccessivi di stress che il loro lavoro li porta ad assumere. Il dottor Jesse spiega che "le persone in burnout spesso si sentono emotivamente svuotate o con sentimenti di distanza verso i pazienti". In realtà questa condizione s'instaura quando i chirurghi di trapianto, estremamente investiti e impegnati con i loro pazienti, rimangono frustrati dal processo. I pazienti candidati al trapianto, ma anche quelli già trapiantati, sono spesso in condizioni critiche, richiedono molto tempo per recuperare e, a volte, muoiono in attesa di un organo: tutto ci può influire sui sentimenti di realizzazione personale del chirurgo.

"Le interazioni con i paziente sono spesso difficili, soprattutto quando i pazienti e le famiglie sono adirati o emotivamente fragili nell'affrontare decisioni che riguardano la vita. Tali situazioni non sono rare per i chirurghi dei trapianti", continua Jesse. "Si tratta di conversazioni estremamente delicate e difficili da sostenere con i pazienti che sono gravemente malati". I chirurghi che hanno segnalato una maggiore depersonalizzazione, hanno riferito, al contempo, un minore supporto da parte dei collaboratori, maggiori esigenze psicologiche e un maggiore disagio nelle interazioni con i pazienti difficili.

Nella nota del redattore che accompagna il bollettino dell'American College of Surgeons che riporta appunto gli esiti dei due studi precedenti, si legge che la pratica della medicina sta cambiando rapidamente, causando notevole stress per i medici, in particolare per la pratica della chirurgia. Esempi di questi fattori di stress sono: la perdita di autonomia professionale associata alla pratica ospedaliera, l'escalation continua di procedimenti legali subiti e la necessità di mantenere elevate competenze in una specialità in continua evoluzione. Questi stress possono interagire con preesistenti caratteristiche psicologiche tipiche dei chirurghi, dovute a un'attività ad alto rischio professionale nella quale sono addestrati e "obbligati" a non commettere errori. Il chirurgo può quindi essere tormentato dal proprio perfezionismo, con conseguente auto-incriminazione e persino disgusto di sé quando l'errore o l' incidente si verificano. Un esagerato senso di responsabilità, associato ai sensi di colpa e insicurezza, aggiunge stress in una situazione già difficile.

Numerosi autori hanno dimostrato che il perfezionismo è un fattore di vulnerabilità per la depressione, l'ansia, burnout e il suicidio (Beevers CG, et al. Perfectionism, cognitive bias, and hopelessness as prospective predictors of suicidal ideation. Suicide Life Threat Behav. 2004). Il perfezionismo è quindi uno dei principali precursori del burnout perché è spesso accompagnato da un esagerato senso di responsabilità che porta a insicurezza e sensi di colpa che sfociano nella rigidità, e nell'incapacità di delegare. Lo studio avvalora quanto già evidenziato nelle due indagini precedenti, confermando che il burnout si manifesta con la depressione, l'isolamento e persino con l'ideazione del suicidio. Fortunatamente, abbiamo a disposizione una serie di strategie per prevenire e combattere il burnout, che andrebbero applicate sistematicamente in tutte le aree di lavoro ad elevato stress:
Promuovere una cultura della medicina che valorizzi l'equilibrio vita-lavoro; Fornire l'accesso a strumenti di autovalutazione online per identificare i livelli di stress e di burnout;
Promuovere il paradigma della "giusta cultura" mettendo in chiaro che la vergogna e l'umiliazioni dei colleghi sono comportamenti inaccettabili;
Definire un sistema di supporto psico-sociale ed accedervi frequentemente;
Smettere di cercare di controllare tutto, e trovare altre fonti di soddisfazione nella vita;
Sviluppare programmi educativi che promuovano ambienti favorevoli. Ad esempio, il Comitato "G Competency" di Medicina e Salute ha presentato tre programmi su stress e burnout tra chirurghi, nei quali si spiega come comprendere e gestire la sindrome e come "recuperare" il personale che ne viene colpito.
Ma ancora più importante è che i medici in generale e i chirurghi in particolare, si "diano il permesso" di riconoscersi malati e di accettare le cure necessarie.

 

(fonte: www.trapianti.net)