PERSONE CHE DOVRESTI CONOSCERE: FRANCESCO.

di Michela Murgia, scrittrice

 

 

Francesco Abate non ha nemmeno cinquant'anni, ma è un uomo che ha attraversato molte vite. Se questo in un certo senso è vero per ciascuno di noi, nelle esistenze come la sua la natura del sopravvissuto ha tratti più evidenti e nomi più precisi.
In una delle sue esistenze Francesco è stato un dee-jay della Cagliari più vivace degli anni '80, con un nome d'arte che ancora adesso scatena i ricordi nostalgici dei discotecari di quel decennio. In un'altra vita è stato un giornalista di razza, uno di quelli che hanno fatto la gavetta in provincia partendo dalla peggiore cronaca nera, e tutt'ora dirige le pagine culturali del quotidiano più venduto in Sardegna. Nella vita attuale è anche uno scrittore di successo, tradotto in mezza Europa da grandi case editrici e corteggiato come sceneggiatore dai migliori registi.
Ma soprattutto Francesco Abate è un trapiantato di fegato, uno dei fortunati malati che hanno fatto in tempo a trovare un donatore prima che l'organo compromesso interrompesse del tutto le sue funzioni, spegnendo ogni speranza di rinascita. Chiunque abbia avuto più di un raffreddore sa che esistono nell'immaginario collettivo malattie che sono innocenti e malattie che sono invece colpevoli; se si soffre di qualcosa che appartiene alla seconda categoria significa che si avrà il diritto alle cure, perché quello non si nega a nessuno, ma che verrà a mancare tacitamente l'altro diritto, il più importante: quello alla solidarietà e al sostegno morale. La cirrosi e l'epatite, le principali cause della necessità del trapianto, sono malattie del secondo tipo, patologie socialmente "sporche" dove il malato viene considerato in gran parte responsabile nella sua condizione.
Francesco Abate questo pregiudizio lo conosce molto bene e ci ha dovuto fare i conti da subito, perchè quando gli hanno scoperto l'epatite era solo un bambino, vittima incolpevole di quella cultura medica ancora un po' approssimativa in cui si era convinti che bollire le siringhe di vetro prima di riutilizzarle fosse sufficiente a uccidere ogni virus. Sarebbe dovuta passare almeno un'altra decina d'anni perché l'avvento delle siringhe sterili monouso scongiurasse la possibilità di un contagio casuale, ma per Francesco sarebbero stati dieci anni di troppo: quel bambino innocente nel frattempo avrebbe perso il padre per la stessa malattia e sarebbe diventato maggiorenne su un letto d'ospedale, imparando a capire che la forza e la fragilità a volte sono due modi diversi per chiamare la stessa cosa.

Negli anni successivi Francesco ha convissuto con quel silenzioso partner accettandone tutti i capricci, dai periodi di sonnolenza che facevano sperare la guarigione fino alla ferocia virale che lo inchiodava al letto per settimane e gli ricordava di essere detentore di una vita a tempo determinato in misura molto superiore a quella delle persone sane della sua età.
Per trent'anni Francesco ha continuato a lavorare, a vivere e ad amare sperando che i progressi della medicina lo facessero uscire una volta per tutte dal quel tunnel di fragilità, ma per molto tempo l'unica soluzione è stata tamponare le fasi acute e cercare di guadagnare un altro po' di tempo sul virus. Poi anche per lui è arrivato il momento della lista.

L'elenco dei malati in attesa di trapianto è una corsia definitiva: ci si viene inseriti quando il fegato è giunto alla fase di consunzione finale. È un momento difficile e molti non hanno il coraggio di affrontarlo, perché la malattia dopo tanti anni diventa un diavolo familiare, fa parte della quotidianità e ogni malato a modo suo finisce per imparare a conviverci. Il trapianto invece cambia le regole, le abitudini e anche i rischi. Ciascun trapiantato ha risposte proprie e il rischio del rigetto è un'incognita sempre presente. Nonostante questa consapevolezza, Francesco ha preferito correre il rischio di lasciare la condizione in cui era cresciuto per tornare a vivere pienamente. Ha avuto fortuna: il dono di un fegato non si è fatto attendere troppo e oggi quell'uomo dalle molte esistenze sta vivendo l'ultima senza più l'angoscia di misurarsi con la morte a ogni linea di febbre.

Potrebbe finire qui questa storia e sarebbe già un lieto fine, ma a Francesco Abate il suo lieto fine non è stato sufficiente. Quando è uscito dalla camera sterile del post trapianto ha preso la penna in mano e ha scritto un libro, un bellissimo romanzo in cui, attraverso la verità superiore della letteratura, l'uomo guarito ha scelto di restituire il ricordo personale della sua esperienza alla memoria di tutti. Nelle sue pagine si incontrano le storie di persone vere, dai ricoverati al personale ospedaliero che diventa parte della famiglia degli assistiti; dagli affetti più cari che sostengono il cammino verso la speranza della guarigione fino alla giovane madre morta di incidente stradale da cui Francesco ha miracolosamente ricevuto il fegato che lo ha salvato. Chiedo scusa, così si chiama il romanzo, è una storia di nascite e rinascite, un mondo di doni e riconoscimenti reciproci in cui sin dalla prima pagina appare chiaro che nessuno si salva da solo.
In quattro anni di vita editoriale (e migliaia di copie vendute) quel libro ha infranto il tabù della donazione di organi, ha regalato voce ai sopravvissuti ai trapianti e ha raccontato anche quello che non abbiamo il coraggio di dirci mai, specialmente quando lo viviamo in prima persona: abbiamo creato una società spietata e performativa dove la malattia è diventata una colpa personale di cui bisogna costantemente chiedere scusa.

 

 

(fonte: www.michelamurgia.com)