"I FINALLY SAID YES": MEDICO E DONATRICE DI ORGANI

 

 

«Ho risposto sì quando mi hanno chiesto, al momento del rinnovo della patente, se volevo diventare una donatrice. Mi sono chiesta perché io, che sono un medico, sono diventata donatrice a 57 anni e ci ho messo tanto a decidere»: questa la domanda che si è posta Ellen D. Feld e la cui risposta si può leggere sull'ultimo numero della rivista Journal of American Medical Association, pubblicata nella sezione "A Piece of My Mind".

Le motivazioni di tanta titubanza non sono per la Feld quelle che vengono più spesso riportate dalla gente comune. Come medico, infatti, la Feld ammette di non avere il minimo dubbio sul fatto che la Morte Cerebrale sia la morte dell'individuo, che non ha alcuna paura che i medici non facciano tutto il possibile per salvare la vita di una persona anche se sanno che un paziente è potenziale donatore, che è certa che gli organi donati nelle strutture accreditate non finiranno mai in un ipotetico circuito del mercato nero, che è ben consapevole che il trapianto è la migliore opzione terapeutica, salvavita in alcuni casi, per chi ha una grave insufficienza d'organo. Ma allora cosa l'ha fermata dal diventare donatrice sin da quando era una specializzanda?

"The trauma of medical training", così si riferisce la Feld agli anni della specializzazione: anni duri, che l'hanno segnata. Durante il periodo della formazione la Feld racconta di aver passato diverso tempo in chirurgia dei trapianti e di ricordare di turni lunghi ed estenuanti, 24 ore su 24, 7 giorni su 7; racconta di come la stanchezza, la difficoltà del lavoro abbiamo in quegli anni avuto la meglio sulla percezione di stare salvando vite umane, di star concedendo un'altra opportunità a molti pazienti.

«In quegli anni», racconta la Feld, «ho razionalmente capito che non ero interessata alla carriera in chirurgia, anzi, ho sviluppato l'idea che nella mia vita mai avrei voluto che il mio corpo fosse sottoposto a una serie di procedure d'urgenza a cui io stessa avevo assistito. Quello che non avevo capito è che, a dispetto di ogni spiegazione razionale che potessi darmi, non volevo che il mio corpo fosse toccato, neppure dopo la morte».

Questo trauma ha impedito alla Feld, per sua stessa ammissione, non solo di diventare lei stessa una donatrice ma soprattutto, in quanto medico, di promuovere la cultura della donazione. E il suo non sembra essere un caso isolato. Secondo una ricerca sugli specializzandi in medicina negli Stati Uniti il 21% di coloro che hanno avuto un'esperienza di formazione in chirurgia dei trapianti rifiuta di diventare donatore. In generale, tra gli specializzandi in chirurgia, il 53% dichiara il proprio assenso alla donazione.

«Questi numeri dimostrano una bassa propensione alla donazione tra i medici che dovrebbero essere, invece, coloro da cui ci si aspetta una maggiore adesione. Sicuramente questo atteggiamento si ripercuote anche sulla capacità e sulla volontà di diffondere la cultura della donazione tra i proprio pazienti», sottolinea la Feld. E anche quest'affermazione sembra avvalorata dai numeri: negli Stati Uniti solo il 4 per cento dei medici di medicina generale parla con i propri pazienti della donazione di organi pur essendo essi considerati tra gli attori fondamentali per la diffusione della cultura della donazione.

«Chissà in 30 anni di carriera quante opportunità ho perso di diffondere la cultura della donazione; forse è giunto il momento di andare oltre al mio trauma di specializzanda», conclude la Feld.

 

Bibliografia: Feld ED. Time to get over it. Jama 2014; 311(4): 359-360.
Hobeika MJ et al. US surgeon and medical student attitudes toward organ donation. J Trauma 2009; 67(2):372-375.

 

(fonte: www.trapianti.net)