DOPO IL TRAPIANTO E LA RIABILITAZIONE ALL'IRCCS DI MILANO. PRIMO NATALE A CASA, CON UN CUORE NUOVO: «HO RITROVATO IL GUSTO DELLA VITA».

di Massimo Iondini

 

 

«Senta, per noi tra una settimana potrebbe già andare a casa. Il decorso post operatorio sta procedendo bene». Parole immaginate chissà quante volte, agognate e cullate da mesi, quelle pronunciate dal primario. Era una mattina d'inizio aprile, la Pasqua era trascorsa da due giorni. Anch'io ero appena risorto, come mai prima d'allora in quasi mezzo secolo di vita.
«Grazie dottoressa! Mi dà una splendida notizia - risposi -. Ma io preferirei non andare subito a casa, anche se è tanta la voglia di stare con mia moglie e con i miei due figlioli. Vista la posta in gioco, al quando tornare a casa anteporrei il come...».

«Bene, sono d'accordo con lei» rispose, dando subito disposizione che si prenotasse il posto per me in cardiologia riabilitativa alla Fondazione Don Gnocchi. Lì, al Centro Irccs "S. Maria Nascente" di via Capecelatro a Milano, fortemente voluto e progettato da don Carlo (che non fece però in tempo a vedere ultimato e inaugurato), ero già stato un anno prima. Ero a metà strada con lo screening per l'inserimento nella lista degli aspiranti al trapianto di cuore, a Niguarda. Ma avevo avuto un black-out psicologico ed emotivo. Ero in crisi. Avevo bisogno di una tregua, di ricaricare un po' le esauste batterie per terminare l'impegnativo iter di esami pre-trapianto e per sottopormi inoltre all'impianto del sempre rimandato defibrillatore.

Alla "Don Gnocchi" trascorsi diciassette giorni. Un periodo decisivo, fondamentale. L'idea di spedirmi in riabilitazione, nella più ampia accezione del termine, fu la felice intuizione di un bravo cardiologo, particolarmente attento anche alle dinamiche psicologiche e non soltanto fisiche di chi si trova in critiche condizioni di salute, soprattutto quando c'è di mezzo il cuore, che non è semplicemente il formidabile motore del nostro corpo, ma è forse anche l'albergo dell'anima.

La scorsa primavera, un anno dopo, ho addirittura triplicato i giorni del mio soggiorno nel reparto di cardiologia riabilitativa, diretto dal dottor Maurizio Ferratini. Con un'essenziale novità: nel mio petto non batteva più il cuore ricevuto in dotazione con la venuta al mondo, ma quello di una signora spentasi alla vigilia della Domenica delle Palme. Poche ore dopo, il suo muscolo cardiaco segnava i rintocchi di un'altra esistenza terrena, all'interno della mia cassa toracica.
Chi era quella signora? Com'era quando sorrideva o s'intristiva? Era stata anche moglie e madre oltre che, necessariamente, figlia? Com'era il suono della sua voce? E il suo nome? Il volto non lo conosco, ma so l'età, l'altezza e il peso, nonché la causa e il luogo della morte, perché tutto ciò è indicato nella mia cartella clinica.

«Non sei curioso di scoprire chi ti ha donato il cuore?» mi chiedono in molti. In effetti, non parrebbe poi così difficile... Ma sarebbe come voler cogliere il frutto intoccabile che pende, invitante e proibito, dall'albero della conoscenza. Mezzo secolo fa, tramite un uomo, una donna e il loro amore, Dio infuse la vita in quella bambina. Il suo cuore non si è mai fermato, nemmeno di fronte alla morte. E ora proclama la misteriosa potenza della vita in un altro bambino diventato grande negli stessi anni in cui diventava grande da qualche parte, non lontano da lui, una bambina.
Quando io il 1° ottobre del 1970 andavo in prima elementare, lei iniziava già la terza e sfogliava le pagine del suo primo sussidiario. Quei due bambini che forse non si conobbero allora, ora ridono, piangono, si svegliano e aspettano l'estate insieme. Ogni giorno, sempre, fino a un nuovo tramonto.

Quel cuore, questo cuore, mi ha ridato il gusto della vita irrorando ogni parte del mio corpo con quella energia che da anni era diventata per me soltanto un ricordo e un inesausto desiderio. Decisivo, in questo timido e lento riaffacciarsi della perduta vitalità, è stato l'aver scelto di non affrettare i tempi, di seguire un percorso riabilitativo che necessitava dell'ambiente e del contesto giusto, mirato, ad hoc. Replicando e bissando, stavolta con un nuovo motore, l'esperienza corroborante di un anno prima.

I cinquanta nuovi giorni alla "Don Gnocchi" sono stati ovviamente anche difficili, tra farmaci anti-rigetto dai pesanti effetti collaterali e pericolosi virus da stroncare tempestivamente con continue flebo, tra incessanti dolori osteo-articolari e lunghe notti insonni in preda ad angosce e paure. Con il costante e latente timore di vedersi prima o poi sfuggire tra le dita il dono da poco ricevuto. Allora, fondamentale nell'affrontare l'impervio iniziale cammino del trapiantato, si sono rivelati l'assistenza e il sostegno dei medici, degli infermieri, dei fisioterapisti, delle preziose suore che, con la loro candida presenza, riconducono ogni giorno il nostro sguardo al supremo segno dell'umano peregrinare: il Crocefisso. E la sofferenza, intrisa di rigenerativa speranza, diventa il viatico necessario per dare vero senso alla nostra presenza in questo mondo, nella misteriosa dimensione terrena.
Ciò che aveva vissuto nelle viscere, sulla propria pelle, il cappellano degli alpini don Carlo, in quelle gelide lande della sterminata Russia, emblemi con la loro fatale spietatezza della fratricida follia della guerra. Cristo era con quegli alpini e don Carlo lo ha riportato qua tra noi, ancora oggi. In ogni letto di sofferenza, in ogni sussulto di speranza. In ogni Croce che è appesa in queste stanze.

 

 

(fonte: Fondazione don Carlo Gnocchi onlus)